cucina

Diffidente come un risotto.

Il tovagliolo a sinistra

Io non è che vado troppo d’accordo con i sentimenti, ma magari è un problema mio.
Li vivo come una cosa di cui diffidare, come un ostacolo.
Da sempre sono una donna razionale, pratica, una di quelle che ama con il cervello.
Certo, così sembra brutto da dire, quasi un controsenso ma invece un senso ce l’ha.

Il mio tipo di amore è dosato, lentamente, come si fa con un macina pepe regolato fine fine, per non esagerare.
Ho paura a lasciarmi andare a grana grossa e allora preferisco amare come si deve amare un risotto.
Il cervello è il mio miglior alleato -sono un’ariete d’altronde- mentre il cuore è quella cosa che solitamente mi frega.
Allora ho imparato a studiare tutti i passaggi e, se si arriva fino in fondo, il risultato è un sapore morbido e intenso.

Amare come si deve amare un risotto per me ha una connotazione chiarissima.
Serve tempo, soprattutto.
Non mi piace far partire il meccanismo e lasciare che viaggi da solo, come si fa con la pasta che basta aspettare il tempo di cottura.
A me piace la seduzione in ogni aspetto e cucinare un risotto è un gesto di seduzione meraviglioso.
D’altronde “La cucina, come l’amore, ha i suoi tempi“.

Allora scelgo una musica di sottofondo, solitamente Tracy Chapman, mi verso un bicchiere di vino e inizio la preparazione.
Immagino che sapore potrebbe avere il mio risotto, come ci si fa un’idea appena si incrociano gli occhi di qualcuno.
Potrebbe essere delicato come un riso alla parmigiana oppure intenso e persistente come uno al limone.
Me ne accorgo subito, e difficilmente sbaglio.
So per certo se addosso rimarrà solo un ricordo oppure un aroma persistente.

Metto a scaldare il brodo, solitamente vegetale, e taglio la cipolla.
Bisogna partire così, con le basi ben chiare, con le idee precise e sapere dove devono andare i pezzi e quando.
E’ una fase delicata, quella della tostatura del riso. Basta un niente per rovinare tutto, per attivare quel meccanismo che è la sfumatura troppo presto o troppo tardi.
Gli incontri speciali nascono perchè la tempistica è stata rispettata.
Amo il tocco gentile del cucchiaio: dolcemente sposta la cipolla e la amalgama al riso che lentamente cambia colore.
Non bisogna esagerare; si rischia solo di sporcare tutto il piano cottura. Ecco perché la gentilezza è fondamentale nel mio mondo. Tutto è troppo urlato, troppo dovuto, troppo arrogante.
La gentilezza, al contrario, è quella cosa che zittisce e che rimane persistente nell’aria, come il profumo buono di una pietanza.

Poi il vino inizia ad alleggerire la preparazione; i vapori e i profumi scaldano l’aria, una dolce nebbia offusca per un attimo le parole.
E se…meglio rimanere concentrati!
Allora giro, e rigiro, e rimesto. Aggiungo il brodo ma quanto basta per coprire il riso. Giro e rigiro come si fa con i pensieri, con l’immaginazione, con i progetti. La mente vola, insieme agli aromi.
Lo coccolo ancora un pochino, poi basta. Mi fermo.
Non mi allontano, semplicemente osservo.
Controllo come procede, immagino, sogno che sapore prenderà alla fine questo viaggio.
E lui, il mio risotto, lo sa che sono lì anche se non mi faccio viva.

Ecco perchè amo dannatamente il risotto; perchè richiede quell’attenzione costante ma libera.
Lo devi lasciare tranquillo ma rimanere nei paraggi. Non puoi andartene ma nemmeno continuare a insistere e rimestare: è diffidente il risotto, devi dimostrargli che lo ami e nel contempo lasciarlo tranquillo; devi dedicargli tempo, cura, attenzione, tenerezza. Ma sempre senza esagerare.
Proprio come me. Proprio come faccio io.

Ecco perchè amo come si ama il risotto: perchè i sentimenti me li tengo per me e semplicemente osservo.
Non assillo, amo e basta, in silenzio.
Ho paura dei sentimenti perchè per me sono prima un dare che un ricevere e temo sempre di spargerli inutilmente in giro, proprio come l’amido in un risotto troppo rimestato.
Amo, in silenzio, con attenzione e gentilezza.

Perchè “è pronto in tavola” vale più di mille dichiarazioni d’amore e io, amo, a modo mio, con la forchetta.

RISOTTO CON SPECK E TALEGGIO

Ingredienti per 4 persone

400 g di riso vialone nano
1 l di brodo vegetale (è indicativo e non dovrebbe servirvi tutto)
200 g di speck già a cubetti
1/2 cipolla
taleggio quanto basta (per il formaggio non amo porre limiti)
due cucchiai di olio extravergine di oliva

Mettete a scaldare il brodo vegetale. A voi la scelta di usare quello granulare, in dado oppure farlo da voi.
In una pentola scaldate l’olio e lasciate soffriggere dolcemente la cipolla sminuzzata. Quando è leggermente dorata aggiungete i dadini di speck e saltateli per qualche minuto. Rilasceranno il loro aroma e cambieranno colore. 

Aggiungete a quel punto il riso e fatelo tostare. Prendendo un chicco tra le dita deve risultare caldo. Solo allora potrete sfumarlo con la prima parte di brodo, fino a coprire bene il riso (non oltre). Rimestatelo appena e lasciatelo assorbire.
Dopo circa 8 minuti controllate la cottura del riso e aggiungete la stessa quantità di brodo, fino a coprire nuovamente il risotto. Se serve, aggiustate di sale. Proseguite la cottura per altri 8 minuti.

A questo punto il riso dovrebbe essere quasi pronto. Assaggiatelo per controllare la cottura, poi aggiungete il formaggio, rimestate a fuoco spento e lasciatelo riposare per un paio di minuti. Portate in tavola e aggiungete una macinata di pepe bianco (opzionale).

 

La peculiarità del risotto è tutto quel mix di varianti che cambiano il risultato. Ecco perchè è un procedimento che richiede attenzione e “gusto”: il fuoco potrebbe essere troppo alto e di conseguenza il tempo di cottura cambia o, al contrario, troppo basso e quindi i minuti potrebbero diventare 18.
Il risotto va assaggiato per stabilirne la consistenza, la cremosità e la resistenza al palato. C’è chi lo ama al dente e chi più morbido, chi cremoso e chi all’onda.
Voi di che risotto siete?

 

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