TRAVEL

Le cose che mi ha insegnato Roma.

Roma.
Come fai a scrivere un post sulla città eterna senza cadere in cose già dette?
Come faccio a dirvi “ecco cosa vedere a Roma, senza passare da S. Maria Maggiore, il Colosseo o Trinità dei Monti”?
Allora cambio punto di vista e vi racconto di un viaggio personale (non lo sono forse tutti?).
Mi affido al senso che ha per me il viaggio: guardarmi da fuori, imparare, tornare a casa diversa.
Ascoltare invece di parlare.
Vi racconto su cosa, Roma, mi ha fatto ragionare, cosa mi ha fatto capire di me, su cosa mi ha preso per mano e mi ha detto “fallo così”.
Ovviamente alla fine del post troverete qualche consiglio pratico se volete organizzare un paio di giorni nella capitale.
Ma ora vi lascio alle foto più significative di questa due giorni.

Quando si è bambini si viene presi per mano e si viene condotti verso un percorso a cui ognuno dà un nome diverso: cristianesimo, ebraismo, induismo.
La fede, a prescindere dal nome, è questione di fiducia, lo dice la parola.
Crescendo ho stabilito cosa tenere e cosa eliminare di quello che mi è stato insegnato, credendo in quel Dio che non ha bisogno di qualcuno che gli faccia da portavoce, dettando regole che sono sempre e comunque limiti piuttosto che stimoli; quel Dio che andrebbe cercato nelle cose semplici della quotidianità, nella bellezza, negli abbracci, nelle risate di un bambino e sì, anche in tutto quello che è difficile da spiegare perché è proprio lì, che la fede serve.
Eccomi quindi, davanti al Vaticano, a ragionare sul fatto che la fede è qualcosa di prezioso, è quello stimolo che fa andare avanti: possiamo chiamarla speranza, se vogliamo, oppure amore, oppure Dio.

Mi sono ritrovata ad osservare questo edificio, vicino a Piazza Venezia, e immaginarlo come un ponte tra passato e presente.
Tra ciò che era, ancora visibile, e ciò che il tempo lo ha reso.
Se questi rimasugli di passato non ci fossero, se non si incastrassero perfettamente tra loro in un mix and match di moderno e antico, non ci sarebbe una storia da raccontare, non ci sarebbero errori da non commettere più.
Eccolo, il passato: quel qualcosa da cui dobbiamo prendere ispirazione sempre, quella ferita su cui capita di passare le dita.
Allora eccoci tutti, sopravvissuti e carichi di esperienza, a ricostruire mattone dopo mattone una nuova casa per la nostra anima.
La vita che scorre e che ci rende esperti nel soppalcare le emozioni, perché sarebbe sbagliato radere al suolo ciò che ci ha resi quello che siamo.
Abbiamo perso, abbiamo imparato, ci siamo arresi, siamo cambiati, semplicemente.  Siamo diventati altro.


Campo dei Fiori mi ha invasa con il suo miscuglio di odori e rumori: il vociare dei venditori si mischiava all’odore di cipolla e d’estate.
Poi c’era lei, che ha rapito il mio sguardo e l’ha tenuto con sé almeno per dieci minuti.
Poteva essere mia nonna, dall’età, dal modo di vestire con quel grembiule che sembra una divisa da portare con orgoglio e da togliere solo prima di coricarsi.
Mi sono voltata verso di lei come sedotta da una sirena ed era accanto al suo banchetto, intenta a raccogliere con le mani un mix di verdure per fare il minestrone.
Lo mescolava, per cercare di far entrare tutti gli ortaggi e i legumi nel sacchettino e non far mancare nemmeno un sapore all’appello.
La osservavo e mi ricordava quel tempo a cui sono così legata: un tempo lento, scandito dalle stagioni, dalle storie, dai silenzi.
Quel tempo tanto lontano da quello attuale dove tutto è troppo veloce, persino per tagliare le verdure.
Cosa voglio raccontare in ogni ricetta che pubblico? Esattamente questo.


Poco distante dalla stazione di Termini c’è una via dedicata ai venditori di libri.
Subito mi hanno ricordato i boquinistes lungo la Senna.
Mi sono regalata una ventina di minuti a perdermi tra chincaglierie, memorie passate, cartoline scritte ancora a mano e libri recuperati da chissà quale cantina. Cercando storie, amori, promesse.
Mi sono chiesta da quanto tempo non dedico almeno un’ora della giornata a leggere.
Parlo dei libri di carta, quelli che profumano di inchiostro e stampa; così mi sono ripromessa di regalarmi questo attimo prezioso ogni giorno.
E alternare la scrittura da tastiera alla cara vecchia Moleskine e matita.
Magari con qualche Polaroid all’interno.
E chissà che tra 40 anni il mio quadernetto finirà pure lui in un banchetto di Roma.

MA ORA I CONSIGLI PRATICI

Ho cercato e cercato qualche consiglio sui blog che leggo spesso: dove mangiare, cosa vedere, cosa fare di particolare.
Non molto in realtà è quello che ho trovato.
Dal canto mio quindi ecco un paio di suggerimenti sui ristoranti in cui mi sono fermata:

TRASTEVERE: Osteria La Botticella.
Grazie a Margherita di Cannella e Confetti ho concluso il mio primo giorno in questo ristorantino delizioso a Trastevere. Mancavano Lilli e il Vagabondo per il quadro completo fatto di tovagliette a quadri, legno e sapore di casa. Non una trappola per turisti ma un luogo del cuore che ha sancito il mio benvenuto gastronomico a Roma.
Ottimi i fiori di zucca fritti, la carbonara e la gricia. Vino rosso nel quartino ad accompagnare la notte in un giorno nuovo.

CAMPO DEI FIORI: Roscioli
Non si può rimanere indifferenti all’eleganza accessibile della Salumeria Roscioli.
Sembra di entrare in una delle vecchie gastronomie di paese. Ma tutto ciò che è proposto in bottega è eccellenza alla massima forma.
Il ristorante ha tavoli in legno, tovagliette in lino personalizzate, un’apparecchiatura essenziale e un servizio impeccabile.
Il paese delle meraviglie dell’amante dello stile easy, cosy, lazy.
Provate il salame rosa nell’attesa del vostro piatto di carbonara.

 

 

 

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