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Imparare a lasciar andare

Non sai mai quando dover lasciar andare le persone.
Se sei fortunato te le godi per un lungo tempo: riempi questi spazi di amore, insegnamenti, frustrazione, risate.
Non sai mai se quello che darai sarà l’ultimo bacio, l’ultimo “a domani”.
Vale per l’amore, soprattutto.

Sono cresciuta con genitori molto giovani, che avevano appena superato la maggior età. Mio padre in altre faccende affaccendato, mia madre impegnata a più non posso a crescere me e mio fratello.
Accanto a lei i miei nonni e la mia zia.
Loro hanno dato a lei la certezza di non essere mai sola in quello che per un individuo è il percorso più difficile; a noi tutti gli insegnamenti che un’età adulta può regalare.

Nonna mi ha insegnato l’amore, la gentilezza, la disponibilità. Credo sia stata una delle donne più amorevoli che io abbia mai incontrato nel mio cammino.
Zia mi ha insegnato l’importanza delle buone maniere, dell’eleganza e della cultura. Se oggi sono come sono, tanto lo devo a lei.
E poi c’è nonno, la mia figura maschile di riferimento in un mondo pressoché matriarcale.

L’ultimo a rimanere accanto a noi, in quella che era la tavolata dei miei ricordi di bambina.
Lui, il mio senso dell’amore più grande; quando nonna si è ammalata di Alzheimer, nel modo più cattivo in cui la malattia riesca a farsi strada, lui non l’ha mai abbandonata.
Si alzava la mattina per prepararle la colazione e il pranzo, accendendo la radio su RDS intanto che la macchina del caffè andava in temperatura e il brodo sobbolliva.
Dopo la colazione entrava nella sua stanza con un “Buongiorno amore” e la lavava, massaggiandola delicatamente per lenire i fastidi del materasso.
Le preparava brodi di pollo e verdure che poi avrebbe frullato, e centrifugati energetici al posto della frutta.
Il sabato era il giorno in cui ci riunivamo tutti insieme per mangiare e io potevo godermi ancora di più questo amore che mai, sono certa, potrò eguagliare.

Sabato notte ho dovuto dirti addio, consapevole ormai da tempo che ogni giorno era un regalo prezioso.
Ti guardavo dormire e pensavo alla tua caparbietà, alla tua razionalità che è anche la mia, a tutti i momenti insieme.
Ti ho preso la mano, e l’ho vista delicata e tanto grande rispetto alla mia.
In mezzo, tra le pieghe delle nostre dita intrecciate, il tuo amore che ho sentito sempre come uno scudo, il tuo viziarmi un po’ troppo, il tuo sgridarmi a tempo debito (anche se i miei fratelli non ci crederanno mai).
Poi le vacanze ad Arma di Taggia, in quel luglio che a oggi è il mio mese preferito, quando ti trovavo in sala ad ascoltare il tour de France mentre pisolavi sul giornale.
I viaggi a Porto San Giorgio, con la nonna e Ivano: le grotte di Frasassi, la gita a Loreto, le tappe fisse da Campanelli e le cartoline prima di ripartire.

In un’età più adulta e consapevole sei diventato il mio libro, la mia fonte di insegnamenti e momenti speciali.
Durante le nostre passeggiate ti ascoltavo cercando di incamerare ricordi e lezioni di vita, viaggiavo in quelle che erano le tue Marche prima ancora di prendere coscienza del fatto che fossero anche mie in quel sangue che scorre per metà nelle mie vene.
Adoravo i pranzi insieme; di certo mi hai insegnato a godermi la vita a tavola e a prediligere il pesce alla carne.
Devo a te la mia dipendenza da cozze, vongole e lumachine.

L’altra notte, accanto a te, ero io a farti forza, a dirti che non eri da solo, che ero al tuo fianco e che potevi andare perché ci avevi dato tutto quello che era possibile ricevere.
Ti ho detto quanto ti fossi grata, quanto fossi il mio uomo perfetto, quanto ti amassi.
Poi ho asciugato gli occhi e ho iniziato la mia vita senza te accanto.
Ho una forza che non credevo di avere, in tutte quelle volte che ipoteticamente mi chiedevo cosa avrei fatto quel giorno.

Quel giorno è arrivato, e sono in piedi.
Non piango, ma sorrido serena.
Per tutto quello che ci hai donato, perché te ne sei andato con una tale serenità che non si può che essere sereni di conseguenza.
Perché la vita insieme è stata riempita di talmente tanto amore che quasi non c’era più spazio.
Sono in piedi. Siamo in piedi.
Proprio come ci hai insegnato tu.
Fai buon viaggio nonno, in Maserati perché sai che è la mia macchina preferita.

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